Archivio | 27 agosto 2013

27 agosto: Santa Monica (madre di Sant’Agostino)

 

 

 

Santa Monica
madre di Sant’Agostino
IdM-Buona giornata!

s.monicaPatronato: Donne sposate, Madri, Vedove

Etimologia: Monica = la solitaria, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa.

Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, c. 331 – Ostia, Roma, 27 agosto 387

Monica nasce a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario che, a causa del suo carattere, non risparmiò a Monica – pur amandola intensamente – asprezze e infedeltà. Monica però riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il brutto carattere del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, poi Navigio, ed una figlia di cui non si conosce il nome, che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che lui morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dovette prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni. La sua preoccupazione più grande era il figlio Agostino, che da piccolo era stato un bravo ragazzo, ma da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; egli aveva tentato, senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, edove si dava alla bella vita, arrivando a convivere con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372 ebbe un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato in tutti i modi di riportarlo sulla buona strada, Monica gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non cambiò vita e, terminati con successo gli studi a Cartagine, si spostò con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Pur ingannata, non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò e raggiunse Agostino a Milano dove lui, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica lo vide frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano, e prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio (il battesimo avvenne nella notte di Pasqua del 387); dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente. Con il consiglio di Monica, anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, rimandò l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino decise di non sposarsi più e di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Monica era presente al periodo di riflessione in un ritiro che Agostino fece a Cassiciaco presso Milano con i suoi familiari ed amici. Lei discuteva di filosofia e cose spirituali e partecipava con sapienza ai discorsi tanto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre.
Poi partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lacrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387 Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’intelligenza acuta, una grande sensibilità, raggiunge nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino.

Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata.

La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

Dagli scritti di Sant’Agostino

«C’era anche mia madre. Ne avevo già notato, a causa della lunga convivenza e di una continua attenzione, le belle doti e l’anima ardente per le cose di Dio. Ma durante una disputa importante che ebbi con i miei commensali (…) mi si manifestò la sua intelligenza in maniera tale da farmi ritenere che non ve n’era altra più idonea alla vera filosofia. E poiché non aveva preoccupazioni avevo fatto in maniera che non mancasse al nostro colloquio».
(De ordine, 2,1,1)

«E l’anima, chiesi, non ha un proprio nutrimento? Siete d’accordo che sia la scienza? “D’accordo”, disse mia madre. “Penso che l’anima abbia come alimento soltanto l’intelligenza e la scienza delle cose”. Trigezio si mostrò dubbioso di tale opinione. Ed ella soggiunse: “Non ci hai indicato tu stesso oggi di che e dove l’anima si nutrisce? Hai detto che soltanto a un certo punto del pranzo ti sei accorto della qualità del vasellame che stavamo adoperando perché stavi riflettendo su non saprei quale cosa; tuttavia continuavi e muovere mani e mascelle sulla tua porzione di vivande. Dove era dunque la tua mente in quei momenti in cui, pur mangiando, non vi badavi? Credimi, da questa sorgente e di queste vivande, cioè delle proprie riflessioni e pensieri, si pasce la mente nell’atto in cui con essi può percepire la verità”».
(De beata vita 2,8)

«Sorrisi a mia madre. E lei, con grande liberalità mi ordinò di offrire, come se la dispensa fosse sua, la vivanda di cui erano privi. “Dicci ormai chiaramente – mi disse – la posizione di codesti accademici e le loro tesi”. Gliene presentai una breve e chiara esposizione, in maniera che tutti i presenti potessero comprendere. E lei: “Ma costoro sono dei caducari”.
Con questo termine in gergo popolare sono designati coloro che sono sconvolti da attacchi d’epilessia. Nel contempo s’alzò per andarsene. E tutti rallegrati ed esilarati dal motto, posta fine alla discussione, ce ne andammo».
(De beata vita 2, 16)

L’estasi di Ostia Tiberina

In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia.

“… Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. …

… Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”, (Conf IX, 10.23-26).

La morte di Monica

Monica morì pochi giorni dopo questo colloqui con il figlio, che così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387: “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: “Dov’ero?”; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: “Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre”. Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: “Vedi cosa dice”, e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore” (Conf. IX, 11.27).

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